Chi sono

Utente: corradopeli
Sono nato nel 1974 e risiedo a Medicina, città che i bolognesi attraversano mentre si dirigono verso il mare. Tra la via Emilia e la San Vitale. Tra la pianura e la collina. Tra la nebbia e gli ombrelloni. Tra due secoli. Mi colloco così. Sono giornalista e collaboro con diverse testate. ''La mia coscienza è la traccia 7 dell’ultimo album dei sigur ros" è il mio primo romanzo.

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martedì, 30 ottobre 2007

Non potevo esimermi...

La morte di Guido Nicheli, meglio conosciuto come il cumenda, divide il popolo (oddio... il popolo, meglio dire quelli che lo conoscevano), ci sono quindi due schieramenti:
gli amanti del genere, che adesso lo piangono e ne venerano il ricordo
gli intellettuali un po' snob che fingono di non ricordarlo perché tanto loro certi film non li hanno mai guardati a priori.

Io dove mi colloco? Io ho deciso di sospendere la la pubblicazione del mio breve racconto a puntate per regalarvi un suo ricordo, una delle sue scene indimenticabili.
postato da: corradopeli alle ore 30/10/2007 18:12 | link | commenti (2)
categorie: dogui, nicheli, cumenda

Il “veliero d’oro” di Casalborsetti (settima puntata)

Il “veliero d’oro” di Casalborsetti (settima puntata)

FRANCO NARDELLI


“Fammi vedere, dai stronzo, fammi vedere se sei forte. Non ce la fai? Sei una checca? Sarai mica un frocetto, eh? Dai! Dai! Ho capito, allora sei proprio un finocchio, un fottuto gay rammollito! Non riesci nemmeno a tirare su un bilanciere vuoto”.
Franco Nardelli era steso sopra una panca, con un bilanciere da 240 kg sul petto, al suo fianco l’amico Pezzounico lo caricava a suo modo, con frasi carine e modi gentili, mentre dalla bocca del Nardelli uscivano ruggiti, bestemmie e grida di dolore. Ma quando il muflone Nardelli terminò vittorioso l’esercizio ci fu l’apoteosi….
“Sono un frocio? Dimmi se per te sono un frocio?” Così dicendo suonò una castagna da trecento libbre nello stomaco di Pezzounico.
“Adesso tocca a me gran pezzodimmerda! Io te ne tiro su il doppio!” E via con un destro-sinistro-destro ai reni del Nardelli.

Poi due ore di rilassante lampada integrale. Nudonato sul lettino, con due ridicoli cucchiaini a protezione degli occhi.
“Lavori anche stasera?” Disse Pezzounico mentre si godeva la tintarella.
“Sì.”
“Come ti trovi?”
“Te l’ho già detto, non è il mio posto, è una balera ristorante per vecchi, non c’è azione, mai una rissa, un casino, al massimo devo sollevare un nonno che stramazza sulla pista. Spero di trovare lavoro in qualche disco seria, Cocco, ECU, Prince, dove ci sia da fare insomma.”
“Hai fatto domanda? Conosci qualcuno?”
“Mi sto muovendo, comunque mi hanno detto che Tintorri, presente Tintorri?”
“Sì, quello che ha ucciso una mucca con una testata?”
“Esatto. Proprio lui. Mi hanno detto che lavorava in un postaccio come il mio, una sera scoppia una rissa tra due sessantenni per motivi di conto, chi voleva dividere, chi voleva pagare alla romana, comunque non importa, insomma, scoppia sta rissa, il Tintorri non ci pensa due volte, interviene e li stende tutti e due in cinque secondi, CINQUE SECONDI! E pensa, lì seduto c’era John Gaudino, quello dell’agenzia Security 2001. Ora ti dico dov’è Tintorri adesso, Tintorri se ne sta a Los Angeles a fare il gorilla per Mel Gibson, Di Caprio, De Niro e cazzi vari. E ti dirò di più, pare che si sia fatto una storia con Julia Roberts…..”
“Sono casi che capitano una volta ogni cento anni, nessuno ti viene a cercare, ti devi muovere da te.”
“Lo so, ma vuoi sapere qual è la chiave di tutto? Lavorare sodo, dare sempre il massimo, qualunque cosa tu stia facendo.”
“Su questo sono pienamente d’accordo Muflone.”


TOMMY BUSCAROLI

Tommy Buscaroli era seduto in una bettola di serie b, quelle preferite dai detective. Stava al terzo J&D senza ghiaccio. Metteva insieme le idee e controllava i suoi strumenti lavoro.
Beretta calibro 9. Mai usata.
Biro registratore con spruzzapeperoncino. Mai usata.
Mocassino finta pelle con lama nel tacco. Mai usato.
Orologio con ricetrasmittente. Non funzionava mai.
Occhiali a raggi x comprati sulla quarta di copertina di Sorrisi & Canzoni TV. Non era ancora riuscito a capire se funzionassero o meno, vedeva sempre qualcosa di non ben definito.
Macchina fotografica a forma di pacchetto di sigarette. Usata qualche volta, ma che foto schifose e quante figure di merda con chi gli chiedeva una paglia.
Bip Bip, il cellulare del detective suonava, senza melodia, molto discreto, volume al minimo, erano queste le cose che facevano la differenza.
“Pronto. Detective Buscaroli.”
“Sono Mirella Pardelli, la disturbo?”
“No, si figuri, novità? Lo incastriamo oggi?”
“Forse sì, s’è inventato la solita scusa, ha detto che ha la cena commemorativa tra figli di partigiani toscoemiliani. Questa è bella, eh?”
“Ah ah ah ah, molto bene, alle diciotto sono davanti a casa vostra, lo pedino e quando è il momento chiave la chiamo, lei arriva e lo becchiamo sul fatto.”
“Benissimo, mi sto già gustando la sua faccia. Porto anche i soldi, così la pago.”
“Per quello non c’è fretta signora.”

Non c’è fretta le palle. Tra cinque giorni mi tagliano gas, acqua e luce, poi devo pure pagare il conto del bar.
postato da: corradopeli alle ore 30/10/2007 18:04 | link | commenti
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sabato, 27 ottobre 2007

Il “veliero d’oro” di Casalborsetti (sesta puntata)

Il “veliero d’oro” di Casalborsetti (sesta puntata)

SIMONA VENTUROLI

Matteo Beretti aveva quarant’anni e non usciva mai di casa, viveva con sua mamma e, soprattutto, con la ricca pensione che da bravo parassita, le succhiava. Non usciva mai perché se ne stava sempre in casa a scrivere brevi racconti per cortometraggi, brevi racconti che non avevano mai visto la luce fuori dal cassetto della scrivania, un giorno si sarebbe deciso a spedirli, continuava a ripetersi, solamente che ogni volta che li rileggeva li cambiava e li migliorava cosicché non si sentiva mai pronto a tentare la sorte. Ma questo era il giorno giusto, sarebbe andato alla cena annuale di classe, la 5a C del liceo Cavour, ci sarebbe stato anche il vecchio professore d’italiano, il vecchio Giordani. Beretti gli avrebbe dato tutto il suo materiale per farlo esaminare e correggere, si fidava ciecamente di lui.
Così, sveglio di buon mattino, si buttò in un lungo e meticoloso controllo di tutti i suoi scritti. Con una tazza di caffè nero sulla sua destra cominciò a rileggere la storia del fischietto magico di Joao Gilberto.


GIACOMO PEDRETTI

Giacomo Pedretti era sduto in un tavolino del Sentral bar. In cattivissima compagnia. Alla sinistra c’era Andrea Venturoli, ex compagno d’università, ora maestro di tennis nonché spacciatore professionista. Una lezione di rovescio con lui ti costava sui 150 euro, ma se, a fine ora, ti poneva la fatidica domanda: “Vuoi fare un ace?” tu sapevi rispondere con la risposta programmata: “Sì, proprio come Adriano Panatta!”. Allora lui ti porgeva una pallina da tennis bianca, tu da bravo andavi a casa, l’aprivi col cutter e dentro, come in uovo di pasqua, ci trovavi il regalino.
Alla destra c’era Marco Donattini, fresco laureato in scienze mitologiche sud nepalesi. Buon cinno, tutto sommato, decisamente sottomesso dal carisma del Venturoli.
“E così t’ha lasciato? Gran zoccola! Se permetti”. Donattini era sempre abbastanza schietto.
“Lei crede che io mi deprima, che io senza di lei non viva, ma io l’ho creata io quella troia, forse non l’ha capito”.
“Bravo! Stasera andiamo giù al mare, mangiamo in un posticino che conosco e tiriamo su un paio di fighettine giovani, quelle con la pelle ancora fresca e profumata”.
“Lo puoi dire cazzo! Mica credere che mi tiro indietro, dopo nove anni di catene sono libero. LIBERO”.
Giacomo Pedretti era uscito dal bar con quella carica che ti fa sbattere le porte, che ti fa pedalare senza sentire la fatica, che ti fa pestare i gradini di casa tua con una grinta da centromediano argentino. Poi s’era sbattuto sotto la doccia e aveva cominciato a sgurarsi per bene, quasi si graffiava da solo, dopo cinque anni di digiuno il suo stereo aveva nuovamente ingoiato una cassetta di tecno pesante, l’ultima che gli era rimasta…

…Questi erano tempi. Cazzo. Altro che quella musica gay che m’ero messo a sentire, u2, rem, de gregori, vaffanculo, tornerò potente come un tempo, come ai tempi del cellophane e del cocoricò, quand’ero vivo e inarrestabile……

…poi, fatale, l’autoreverse. With or without you. La loro canzone. L’acqua calda che gli colava addosso sciogliendo la sua rabbia. Si appoggiò alle piastrelle fredde e colpì la mensolina dei prodotti igienici, il bottiglione famigliare dello shampoo jhonson cadde roteando e gli centrò in pieno il ditone del piede destro. Giacomo Pedretti non disse nulla. Cominciò a piangere in silenzio.
postato da: corradopeli alle ore 27/10/2007 14:53 | link | commenti
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giovedì, 25 ottobre 2007

Il “veliero d’oro” di Casalborsetti (quinta puntata)

Il “veliero d’oro” di Casalborsetti (quinta puntata)

MAX CERRONE

Si, va bene, ho bisogno di soldi e lì si guadagna bene
Si, va bene, meglio suonare che fare otto ore davanti a un tornio o a un computer che ti spacca gli occhi.
Si, va bene, però tre ore di polka, mazurka, liscio, valzer, macarena, Mino Reitano e Toto Cotugno mi spaccano le palle.
Cazzo io sono italoamericano. Io suono come un dio. Io sono cresciuto col miglior blues che si possa conoscere. Ho attraversato nove volte il Mississippi a nuoto. Non posso più suonare con quei dodici cazzoni.

La scritta GIANNI & LIVIANA THE SOUND OF RIVIERA campeggiava a lettere cubitali sui lati del pulmino.

Che schifo.

Matteo Randazzo, batterista quattroquarti, se ne stava alla guida. Fiero più che mai. Lui sì ch’era contento del suo ruolo, batteristautista, indispensabile, non sarebbe mai stato licenziato. Era un buon uomo, tuttavia, l’unico con cui Cerrone aveva stretto amicizia.
“Max, stasera li facciamo ballare fino alla morte”.
“Sì sì. Fino alla morte Randazzo, fino alla morte”.
postato da: corradopeli alle ore 25/10/2007 16:22 | link | commenti
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sabato, 20 ottobre 2007

Il “veliero d’oro” di Casalborsetti (quarta puntata)

Il “veliero d’oro” di Casalborsetti (quarta puntata)

TOMMY BUSCAROLI

Tommy Buscaroli era un detective privato. Tommy Buscaroli era il detective privato imprigionato, suo malgrado, nel cliché del detective privato da telefilm.
Barba di due giorni del tipo: ho talmente tante storie per la testa che non ho tempo per tagliarla.
Cozze croniche attorno agli occhi del tipo: ho talmente tante storie per la testa che non ho tempo di dormire.
Single del tipo: ho talmente tante storie…
Praticamente alcolizzato del tipo: il tempo per un Jack Daniel senza ghiaccio lo si trovava sempre.
Peccato che Bologna non fosse New York. E nemmeno Chicago. Ma soprattutto non fosse un set di Hollywood.
Per la verità aveva mille motivi per giustificare la sua situazione, aveva vissuto un’esistenza parecchio ordinaria fino a dieci anni prima, si stava costruendo una vita solida: onesto lavoro in banca, appena sposato, un mutuo fresco per una villetta a schiera in prima periferia, la domenica in bicicletta a comprare il Carlino e il mercoledì in poltrona a guardare le coppe europee.
Poi l’incredibile.
Un giorno, mentre lavorava, scoprì un ammanco di venti milioni sul conto di Erminio Sacchetti, un vecchio riccone strarincoglionito che abitava alle porte della città. Poi, qualche giorno dopo, l’ammanco di quindici pali sul conto della vedova Serotti Castiglioni, i buchi comparivano continuamente sui conti di questi vecchi e i suoi colleghi quasi per incanto andavano in ferie e tornavano abbronzati come dei bagnini di Viserbella. In gennaio. In febbraio. In marzo. Insomma, scoprì che tutta la filiale tredici di via Benfenati se ne andava in ferie a Cuba con i soldi dei clienti più deboli. Addirittura il ragionier Silocchi si faceva spompinare da tutte le super troie di viale Berti pagando con le azioni telecom del decrepito partigiano Agliotti, il quale, all’insaputa di tutto, mangiava pappina riscaldata nell’ospizio lager di via Mengoli.
Non denunciò nessuno.
Si licenziò adducendo motivi personali e decise di diventare un detective privato. Aveva ricevuto la sua vocazione, come un ragazzo scopre Dio ed entra in seminario, lui incontrò l’ingiustizia e decise di combatterla.
La sua giovane moglie resistette solo tre mesi al degrado fisico, economico e morale del marito. Se ne andò mentre lui, nascosto in un cespuglio, pedinava la signora Franzoni, sospettata fortemente di essere colei che faceva cagare una mattina sì e una no il suo cane davanti alla vetrina della premiata salumeria Gozzi.
Ora era immerso contemporaneamente in tre casi, la scomparsa di quattro anatre col ciuffo giallo dal parco Scaffioni, le indagini sul club “Asso di spade” e un caso semplice di palese infedeltà coniugale. Oggi avrebbe probabilmente chiuso quest’ultimo lavoro, incassando una benedetta parcella. Una boccata d’ossigeno per il detective.
Tommy Buscaroli scese dal letto, si buttò giù un J&D senza ghiaccio, prese l’impermeabile modello tenente Colombo e uscì in strada.
postato da: corradopeli alle ore 20/10/2007 00:58 | link | commenti
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martedì, 16 ottobre 2007

Il “veliero d’oro” di Casalborsetti (terza puntata)

Il “veliero d’oro” di Casalborsetti (terza puntata)

FRANCO NARDELLI

Franco Nardelli, soprannominato muflone, si alzò alle dieci e trenta, come tutte le mattine, era abitudinario da rasentare la paranoia, una vita in agenda che non prevedeva alcunfuori programma.
Si piazzò davanti alla tavola e aveva dato inizio alla sua rituale colazione: due uova sode, tre fette di pancetta e quattro di prosciutto crudo, pane bianco, pane integrale e pane abbrustolito, pavesini, miele, cereali, succo all’ananas e, per finire, due manate abbondanti di lievito di birra in pastiglie, neanche fosse braccio di ferro con i suoi spinaci. Poi era rimasto agonizzante per un minuto, come se gli avessero svuotato in bocca un’intera betoniera di cemento, allora si era attaccato alla bottiglia d’acqua con le lacrime agli occhi e aveva fatto scivolare lentamente il bolo in pancia.

Poi la doccia. Lo spray energizzante. Lo spray tonificante. Lo spray deodorante e una passata di grasso di foca tra i capelli. Franco Nardelli aveva un bulbo tipo Mauro Tassotti annata ’88 - ‘89.

Poi prese lo scooter e si diresse alla palestra Stalloni 2000 di via Buttacece, covo di estremisti del body building. Lo spogliatoio era vuoto, solo un paio di borse buttate per terra, tra cui quella di Francesco Casadio, detto Pezzounico, perché si erano dimenticati di fargli il collo e così la sua testa si adagiava direttamente sulle spalle. Pezzounico era il suo amico di sforzi, sicuramente stava già dentro a pompare come un mulo, probabilmente sotto a un bilanciere da 200 chili.
Il Muflone entrò con un certo savoir faire in palestra, faticava a nascondere l’orgoglio per il suo nuovo body, l’aveva acquistato di quattro misure più piccolo in un negozio in saldi, gli si aggrappava addosso come il cellophane sui tramezzini morbidi che ti portavi in gita ai tempi delle elementari. Righe verdi fluorescenti su sfondo nero e stelle fucsia, in più la firma di Lou Ferrigno all’altezza del gluteo sinistro. Il Muflone Nardelli non scherzava per niente, si guardò attorno e si cacciò un’altra manata di lievito in bocca, bestemmiò sottovoce e si aggrappò al primo attrezzo.
postato da: corradopeli alle ore 16/10/2007 17:44 | link | commenti (1)
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sabato, 13 ottobre 2007

Il “veliero d’oro” di Casalborsetti (seconda puntata)

Il “veliero d’oro” di Casalborsetti (seconda puntata)

GIACOMO PEDRETTI

Giacomo Pedretti se ne stava fermo immobile sul divano, la sua schiena nuda si fondeva lentamente con la finta pelle della poltrona. Una marea di pensieri confusi rimbalzavano nella sua testa, non riusciva nemmeno a piangere.

Franco Nardelli non lasciava mai che la sua sveglia arrivasse oltre il terzo squillo, la spegneva e con un gesto plateale gettava al vento lenzuola.

Tommy Buscaroli si girava e immergeva la sua faccia in un cuscino lurido, uccidendo un milione di acari con una zaffata di alcool e nicotina.

Max Cerrone vagava per casa con a tracolla la sua fedele Ibanez nera firmata George Benson. Era alla sua quinta serata consecutiva in quel locale e ne aveva ancora un’altra. Non ne poteva più.

Simona Venturoli già da due ore pigiava i tasti del suo portatile, li pigiava con la stessa forza che un jazzista nero di New Orleans mette sul pianoforte.
postato da: corradopeli alle ore 13/10/2007 15:40 | link | commenti (1)
categorie: racconto
domenica, 07 ottobre 2007

Il “veliero d’oro” di Casalborsetti (prima puntata)

Il “veliero d’oro” di Casalborsetti (prima puntata)

Il “Veliero d’oro” di Casalborsetti è uno di quei grandi ristoranti romagnoli che non hanno mai avuto la fortuna di poter guardare il mare negli occhi, così spalmano i loro metri quadrati a fianco dei larghi stradoni che si snodano dietro le quinte della sfavillante riviera. Il Veliero d’oro ha 23 anni di vita e li dimostra tutti, caparbio, con i suoi muri che trasudano un eccesso di cemento armato, un’architettura vetusta che non riesce a nascondere un passato glorioso ormai tramontato.
Un minigolf a nove buche ucciso dalle play station è ancora lì, invaso da erbacce alte almeno mezzo metro, il cemento della buca 8, quella che prevedeva il giro della morte, è completamente crepato, in mezzo spuntano le radici marroni e rugose dei pini, come vene varicose nelle gambe di un’anziana signora. Il Veliero è un inno alle mode che scorrono, l’angolo sala giochi si è fermato a frog, galaga e pac-man, ci puoi giocare con una moneta da 200 lire, e quindi non ci giochi più, stanno lì, ricoperti di polvere. E’ triste la sua decadenza, eppure, la sala ristorante è sempre piena, piena di una clientela di veri intenditori di quel modo di mangiare romagnolo, a ritmo di liscio. Odore di carne alla brace, di frittura, di pesce ai ferri, di limone appena strizzato, tavolate lunghissime destinate a cerimonie, cene di classe o rimpatriate di vecchi amici, padri che portano a pranzo la famiglia in versione allargata, con la fidanzata del figlio e la compagna di classe della nipotina. Oppure il contadino romagnolo con la sua nuova conquista, sia che lui arriva sempre in Alfa Romeo rossa cangiante, camicia bianca abbottonata appena sopra l’ombelico, catena d’oro con un crocifisso che galleggia su un mare di pelo riccio, nero ed unto.

Nel fine settimana devi prenotare, c’è sempre l’orchestra che suona e un esercito di camerieri in completo blu che sfreccia tra i tavoli.
postato da: corradopeli alle ore 07/10/2007 18:57 | link | commenti
categorie: mare, racconto, storia
venerdì, 05 ottobre 2007

Quando la serata langue

Se proprio, proprio, proprio non sapete cosa fare questa sera... allora vi sconsiglio questa festa. Io non ci vado.

bigbabol
postato da: corradopeli alle ore 05/10/2007 12:07 | link | commenti
categorie: bologna, anni 80, festa