Chi sono

Utente: corradopeli
Sono nato nel 1974 e risiedo a Medicina, città che i bolognesi attraversano mentre si dirigono verso il mare. Tra la via Emilia e la San Vitale. Tra la pianura e la collina. Tra la nebbia e gli ombrelloni. Tra due secoli. Mi colloco così. Sono giornalista e collaboro con diverse testate. ''La mia coscienza è la traccia 7 dell’ultimo album dei sigur ros" è il mio primo romanzo.

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giovedì, 30 agosto 2007

Texas, pena di morte per Foster

Il lieto fine... in extremis:

Il governatore del Texas Rick Perry ha commutato la pena di morte per Kenneth Foster in un ergastolo. Prima della decisione di Perry il Board of Pardones and Parole del Texas aveva raccomandato al governatore a stragrande maggioranza, sei voti a uno, di commutare la pena. Foster era stato condannato in base a una controversa legge del Texas, la Law of Parties, che estende ai casi di pena capitale la responsabilità penale dei complici: era stato riconosciuto colpevole di aver guidato l'auto con cui un amico era fuggito dopo aver compiuto una rapina e un omicidio.
postato da: corradopeli alle ore 30/08/2007 19:27 | link | commenti
categorie:

God save America

Questa notte Kenneth Foster sarà giustiziato.
Non ha mai ucciso nessuno.


KennethForster
postato da: corradopeli alle ore 30/08/2007 19:16 | link | commenti
categorie: america, morte, foster, kenneth
mercoledì, 29 agosto 2007

Notizia da riportare

Riporto questa notizia, non mi chiedete il perché, ma ci trovo qualcosa di positivo.
Perché la signora non ha rinunciato a priori all'appartamento nuovo, ma prima ha provato.

Neuza Maria dos Santos ha vinto in una lotteria un appartamento a Rio de Janeiro, ma dopo 2 mesi e' tornata a vivere nelle favelas. la donna infatti ha e' tornata con i suoi cinque figli nella casupola di mattoni senza muratura dove viveva nel Morro da Formiga. Come lei, il 65% degli abitanti delle baraccopoli di Rio e di San Paolo preferisce la vita ''comunitaria'' e popolare delle favelas all'''anonimato ostile'' della citta'.
postato da: corradopeli alle ore 29/08/2007 18:03 | link | commenti
categorie: brasile, rio , favela
martedì, 21 agosto 2007

Zucchero. Il nostro Robin Hood?

Passo qualche giorno fuori dall’Italia e quando torno cosa trovo? Due vicende complementari che vanno a parare sul solito quesito.
In Italia (e ovunque) chi ha i soldi può proprio fare tutto ciò che vuole?

1. Valentino Rossi è nei casini con il fisco, per difendersi manda una videocassetta di due minuti ai principali telegiornali nazionali, che la mandano in onda come notizia d’apertura. La mandano così, liscia, senza alcun contraddittorio, con Rossi che quasi piange la sua innocenza (in perfetto stile Franzoni).
Le mie conclusioni:
a) Rossi ha fatto (mandando la cassetta) ciò che gli è stato permesso di fare.
b) Se un povero cristo senza lavoro e senza soldi, che deve sfamare moglie e tre figli, magari vende qualche prodotto contraffatto per prendere due soldi e si cucca una condanna penale, può mandare una cassetta al Tg e spiegare che i suoi bambini avevano fame e che l’hanno licenziato per cui doveva pur fare qualcosa per sopravvivere?
c) Continuerò a tifare Rossi, colpevole o no. Ma se deve pagare lo faccia, e ci risparmi Matrix o il Costanzo Show.
2. Zucchero manda a cagare (e qualcosa di più) un gruppo di spettatori che, mentre lui suonava, pensavano a mangiare ostriche e caviale e inviare sms al cellulare.

Le mie conclusioni:
a) Zucchero ha fatto bene.
b) Basta, basta, basta pensare che chi ha i soldi e paga può fare quello che vuole. Hai speso 1000 euro per essere in prima fila al concerto di Zucchero? Bene, non vuol dire passare la serata a mandare sms senza guardare il concerto. Hai speso 1000 euro per il posto in tribuna durante Milan – Inter? Buon per te, ma non ti autorizza a mandare a ‘fanculo il mondo intero, a ululare dietro ai giocatori di colore, a dare del cornuto alla terna arbitrale e insultare la madre del tuo vicino di posto.
Educazione, rispetto e classe non si comprano, e spesso sono inversamente proporzionali ai soldi che si hanno in tasca.
Però non è mai tardi per imparare.
postato da: corradopeli alle ore 21/08/2007 20:53 | link | commenti (3)
categorie: zucchero, educazione, soldi, rossi
lunedì, 06 agosto 2007

Ricordo di un'estate

Giunse il momento di cambiare aria, ci recammo, sacchi in spalla, in una delle innumerevoli stazioni ferroviarie di Londra, costruite solo per incasinarti la vita; per esattezza finimmo a Euston station, dalla quale partivano le svagonate dirette verso l’Irlanda.
Certo, si dice che per visitare bene Londra ci vuole almeno una settimana, noi ci avevamo trascorso un solo giorno pieno, e una volta tornati a casa avremmo avuto anche la faccia tosta di narrare ed inventare le mille sfaccettature della città, mostrando le preziosissime foto scattate al volo e a tempo di record ai vari angoli della metropoli.

Giunti in largo anticipo sulla partenza del traghetto prestabilito, non ci restava altro da fare che accamparci nella sala d’aspetto di quella stazione-porto, ci fu la prima occasione per tirare fuori i nostri meravigliosi ed iper tecnologici sacchi a pelo, vanto ed orgoglio di ogni viaggiatore di strada.
Quello di Panta era di colore blu scuro, tendente al nero, pagato cinquantanovemila lire, forniva discrete prestazioni, ma una volta estratto dal suo involucro non ne avrebbe più voluto sapere di rientrarci, aveva un’anima ribelle.
Collini si presentava con pezzo quasi d’antiquariato, rubato da suo nonno ad un sotto ufficiale della Wermacht di stanza a Ganzanigo, se la temperatura esterna saliva oltre i cinque gradi, dentro al sacco potevi cominciare a cuocere una bistecca alla fiorentina.
Weggy estraeva il suo nuovo gioiello catarifrangente, ottime prestazioni, un solo difetto, lungo un metro e venti e largo trenta centimetri.
Il mio era di color verde acqua con disegnati alcuni pesci tropicali e stelle marine, resistenza al freddo: nulla. Impermeabilità: nulla. Prezzo: ventinovemila lire fuori dai saldi.

Giungemmo a Dublino all’alba.
Sbarcati nella periferia, in piena zona portuale, logicamente senza valuta per permetterci un autobus o un taxi, ci sorbimmo un’impietosa camminata di almeno tre chilometri, bersagliati da una sottile e fastidiosissima pioggia. Macinando metri su metri giungemmo, grazie ad un indirizzo datoci da un tizio parecchio losco, ad una bettola sufficientemente squallida, a prezzo modesto ma in posizione centrale. Dopo aver preso possesso della camera otto, fummo assaliti da due stimoli a noi abbastanza familiari: stanchezza e fame, e mentre Collini e Weggy si lasciarono cadere tra le braccia di morfeo, il Panta e io optammo per la seconda possibilità, e dopo esserci dati una punta in un luogo vago e in un orario incerto, partimmo decisi verso il centro commerciale.

In un attimo arrivammo nel supermarket interno a questo grande centro acquisti, dislocato su più piani e con negozi di ogni genere, un centro commerciale un tantino più raffinato dei nostri. Con un occhio ai prezzi e un occhio al colore della roba che si acquistava, cominciammo a riempire il carrello: pane fresco, salumi di denominazione italiana ma fatti chissà dove, biscottini, e soprattutto quel formaggio modellato a mattone e di color mandarino che a un intenditore come me avrebbe dovuto far schifo, e invece non dispiaceva affatto, ti s’impastava tra i denti e si faceva ricordare per un paio di giorni.
Compiaciuti della nostra misera spesa, decidemmo di consumare il meritato pasto nell’adiacente parco di St. Stephen Green. Qui, mentre ci lasciavamo raschiare la gola da quei panini al sesamo, non potei fare a meno di notare due ragazzi che, passando, ci dedicarono una slumata minuziosa, prima di appollaiarsi sopra una panchina a una decina di metri da noi.
Poco dopo, in un momento di quiete in quell’angolo di verde, i due ragazzi si alzarono e presero a camminare nella nostra direzione, tenendo però una certa distanza dalla nostra panca, finché, al momento opportuno, deviarono repentinamente e puntarono verso di noi. Io ricordo benissimo che il mio primo pensiero fu: vorranno sapere l’orario: ma neanche il tempo di mandar giù il boccone che avevo in bocca, e uno dei due nemici mi si piazza davanti, mostra il pugno e soprattutto la cosa che faceva la differenza tra noi due, l’ago che teneva stretto tra le dita. Ricordo il ceffo basso e incazzato che si occupava di me, le sue lentiggini, i suoi denti marci e le sue parole:
“Money for drug”.
Ricordo anche il tipo alto e silenzioso che stazionava davanti al Panta, con i suoi occhiali scuri e il cappellino, mi dava l’impressione che avesse più paura di noi. Ricordo anche gli istanti che, ripensandoci, furono i momenti comici della storia, come quel boccone che mi rimase tra i denti per tutto il tempo. E ricordo Panta che continuava a ripetere: “Calma, calma, siamo italiani, italiani”. Ma su tutto, indelebile, l’attimo della fuga; quando infatti il mio aguzzino si stava minacciosamente avvicinando al borsellino delle meraviglie che tenevo nascosto sotto la maglietta, decisi che dovevo tentare il tutto per tutto per salvare il viaggio. Approfittando dell’unico momento di distrazione di quel bastardo, mollai uno scatto da fare impallidire il Ben Jhonson pre-squalifica, feci i dieci metri più rapidi della mia vita e mi girai per vedere la situazione del mio ignaro compagno, notai subito che i due strafattissimi Robin Hood irlandesi si erano dati alla macchia più rapidamente di noi. Tornai sui miei passi a recuperare la mia macchina fotografica, giustamente scartata dai rapinatori, e con questa la mia spesa, evidentemente anche i tossici irlandesi mangiavano meglio di noi, mi era un tantino passata la fame, facevo pure fatica a buttar giù quel boccone che ancora rimbalzava nel mio palato.
“Cazzo, hai mollato uno scatto che giuro di aver visto la tua ombra rimanere per un secondo sull’asfalto senza sapere che fare”.A Panta tremava la voce mentre pronunciava queste parole, io, ruminavo ancora quel pezzo di pane, formaggio e pork salami.
postato da: corradopeli alle ore 06/08/2007 22:43 | link | commenti
categorie: vacanze, londra, irlanda, droga, dublino, siringhe
mercoledì, 01 agosto 2007

Arrivo sempre lungo.

Su internet ci passo parecchio tempo, veramente molto, per vari motivi.

Eppure, sarà perché non sono più un ragazzino, arrivo sempre lungo agli appuntamenti con la tecnologia che conta.

Tempo fa esplode la moda dei blog, tutti a scrivere, sembra che il mondo giri attorno ai diari virtuali, tutte le persone che contano hanno un blog.

Allora io che faccio? Mi faccio un blog, comincio a scrivere cazzate, spremendomi il cervello perché le idee scarseggiano e la mia vita non è poi così densa di avventure.

Ma quando ci sto prendendo la mano, e qualcuno mi lascia commento, ecco che leggo un articolo che mi dice che i blog sono roba da vecchi, tutti quelli “avanti” adesso sono su myspace.

Porca troia, allora via, carico armi e bagagli e mi trasferisco, ci metto un po’ ad imparare a modificare il template. Quindi inizio la mia campagna acquisti per avere un bel numero di amici.

Mi faccio proprio una compagnia di bella gente, con cui mia madre non mi farebbe mai uscire: Padre Pio, Moggi, Totò Riina, Gesù, Rocco Siffredi, qualche tettona americana, un certo numero di band strampalate ma valide, troiette in cerca di assatanati, tossici virtuali, poeti vivi e morti.

Insomma, sto entrando nel giro che conta quando leggo che myspace ha fatto il suo tempo. Soldi e successo sono Second Life. Dicono i guru dell’informazione.

Ci penso e ripenso, poi mi butto.

Entro con il nome di McHammer Winkler (Winkler come Henry Winkler, ovvero Fonzie), come avatar sono inguardabile, non ho soldi per comprarmi nulla. Giro in posti dove non c’è nessuno, e se c’è qualcuno, non mi parla.

Però non mollo. Finché non leggo un titolo su un giornale che dice che Second Life sarà superata da... non arrivo nemmeno in fondo al titolo. Basta. Non ne posso più. Arrivo sempre lungo agli appuntamenti che contano. Adesso mi fermo qui, mi concentro sul blog, e quando i blog torneranno di moda io sarò il più forte.

postato da: corradopeli alle ore 01/08/2007 09:36 | link | commenti (3)
categorie: blog, informatica, second life, myspace, my space