CINEMA: LE SCENE MEMORABILI SECONDO IL SONDAGGIO DI "THE GUARDIAN", cliccandoci sopra le potete vedere:
Il sapore delle lacrime in bocca fu un’illuminazione.
Una sensazione intensa, mai provata prima, un gusto così salato, talmente forte e unico da bloccarmi le urla in gola, da distogliere l’attenzione dal male, da lasciare per qualche istante il vuoto nel mio cervello, smarrito davanti alla novità. Un sapore che svaniva in un istante. La mia lingua, allora, cominciò a pulire il viso come un tergiscristallo sul vetro dell’automobile, si spingeva fin dove poteva, sforzandosi per arrivare sempre più lontano, fino quasi a toccare il naso, cercando un altro po’ di lacrime da gustare come un bene prezioso. In seguito quel sapore divenne una ricompensa ai tanti schiaffi che ancora raggiunsero il mio volto.
Avevo festeggiato da poco i sette anni, pedalavo come un forsennato lungo una cavedagna che costeggiava un piccolo canale, povero d’acqua ma folto di erbacce, mentre una vigna mal curata mi proteggeva il lato sinistro. Con tutto il fiato che avevo e con la poca forza delle mie esili gambe spingevo sui pedali di una vecchia bicicletta da cross, ereditata da mio cugino, con una lunga sella che seminava brandelli di gomma piuma e diversi strati di vernice viola che nascondevano a fatica ampie chiazze di ruggine. Il sole di giugno picchiava forte, il cielo era tutto per lui, mamma aveva ficcato sulla mia testa un cappellino a visiera, elencandone a memoria tutte le virtù: così non ti viene un’insolazione, poi ti raccoglie il sudore e non ti va il sole direttamente negli occhi, che non fa bene.
Nonostante fossi magro al tal punto che le ossa sembravano voler evadere dal corpo, dalla mia tempia si staccò improvvisamente una piccola goccia di sudore. Non c’erano basette né barba ad ostacolarla, percorse senza intoppi la guancia, rossa per la fatica e per il caldo, e quando le ruote della bicicletta incontrarono l’ennesima buca disseminata in quel terreno reso arido dalla torrida estate, la goccia trovò lo slancio necessario a raggiungere le labbra, ormai seccate dal sole e dalla polvere. Ancora una volta accadde tutto in un istante, lasciai sciogliere sulla punta della lingua quella piccola goccia, per ritrovare di nuovo la stessa sensazione, quel denso sapore salato, diverso dalle lacrime, che ormai gustavo sempre più raramente, eppure anch’esso cosi violentemente sapido, ancor più schietto e robusto nel suo aggredire i sensi. Immediatamente smisi di pestare sui pedali, lasciai che le ruote sfruttassero la spinta che avevano accumulato, chiusi gli occhi e mi lasciai riempire da quella sensazione, facendomi rapire dai miei pochi ricordi, per poi riattaccare a pedalare con rinnovata foga, per potermi così gustarmi altre gocce, succo salato del mio piccolo corpo affaticato.
Adesso di anni ne ho più di settanta. I motivi validi per piangere li ho esauriti da tempo. Trascorro i giorni ammirando il mare, nascondendomi nell’ombra del portico di casa, d’estate in Puglia il sole si fa sentire forte, potrei sfruttarlo meglio, magari lavorando sodo, a tagliar legna oppure a zappare la terra nell’orto, così da sciogliermi in bocca quel poco grasso che ho accumulato negli anni. Ma non mi va più di faticare.
Eppure quel sapore intenso non l’ho mai dimenticato.
Ogni sera, poco prima del tramonto, assieme a mia moglie scendo tra gli olivi della valle e raggiungo la piccola spiaggia bianca che orla la baia di San Isidro, lentamente mi immergo nell’acqua fino alle spalle, per poi nuotare fino ad uno scoglio distante una cinquantina di metri da riva, lì mi siedo e, scaldato dal poco sole che resta, appoggio le labbra sulla schiena di mia moglie, trovando nel grande mare quel sapore indimenticabile che ha accompagnato i momenti più intensi della mia vita.