
"Non faccio la doccia spesso e in effetti ho un odore un po' muschiato". Così avrebbe dichiarato Keira Knightley.
"Chissenefrega" è la mia risposta, saranno contenti gli ambientalisti.
Ore 16.00
Mancano 10 chilometri prima di raggiungere il campo tendato di Klieliekrankie, siamo in viaggio dalle 8 del mattino, da quando abbiamo abbandonato le tende del Grootkolk camp. Ci siamo lasciati dietro circa 200 chilometri di sabbia, molta di questa si è trasferita dentro alla nostra Landcruiser, una vecchia carovana che, se tutto andrà bene, ci dovrà portare fino a metà della Namibia, per poi ridiscendere con calma verso Città del Capo, forse la sua ultima fatica.
La guida è a sinistra, lo sterzo sembra oliato con del mastice, tanto è duro, il contachilometri non funziona, il motore fa un rumore infernale, c’è il mangiacassette ma non abbiamo cassette, e nel mezzo del deserto le radio sanno soltanto gracchiare al vento.
Il morale è alto, nonostante tutto.
Veniamo da tre giornate indimenticabili, nella fortuna e nella sfortuna, è il pegno che l’Africa chiede a chi l’affronta in libertà.
La mattina del 6 agosto, due giorni dopo essere atterrati a Johannesburg, ci trovavamo nei pressi di Derdepoort, al confine tra Sudafrica e Botswana. Avevamo due giorni di tempo per raggiungere il limite sud del deserto del Kalahari, e potevamo scegliere tra due alternative: una strada più lunga, tutta in territorio sudafricano, e quindi con strade che forse erano asfaltate, oppure una strada più corta, che comportava l’attraversamento di parte del Botswana meridionale, con tutte le incertezze del caso. Avevo studiato l’itinerario nei mesi precedenti, ma tutte le mie convinzioni erano state spazzate via dal consiglio spassionato di chi ci aveva affittato la macchina, in quell’officina puzzolente di Johannesburg: “Potete passare tranquillamente dal Botswana, con questa macchina ce la fate senza problemi”.
Passare dal Botswana significava, innanzitutto, dover attraversare una frontiera africana, dove lo scorrere del tempo è relativo, poi significava rendersi conto che quei pallini che, sulla cartina, sembravano città di medie dimensioni, in verità non erano altro che una manciata di capanne di sabbia e fango.
Così abbiamo macinato chilometri e chilometri riversando le nostre speranze di trovare un letto sempre sul pallino successivo di quella maledetta cartina, e le nostre speranze ogni volta fallivano miseramente davanti al nulla. Ci siamo ritrovati che era già buio a vagare per Tshabong, avamposto dimenticato ai limiti del Kalahari. Come capita spesso in Africa, quando sei ormai rassegnato a condividere in quattro un letto da una piazza e mezzo, senza possibilità di lavarsi e di mangiare, ecco che, chissà come, impari che a tre chilometri da quel posto c’è un alberghetto più che dignitoso, con ristorante al piano terra, e ti ritrovi pure con il bagno e la televisione in camera.
La mattina seguente perdi tre ore per far spesa, perché dobbiamo riempire le scorte, ma come fai a far spesa in un posto dove non c’è nulla? Da qualcuno trovi il riso, da un altro patate e cipolle, una scatola di biscotti dalla dubbia scadenza, la carne non si lascia guardare, la lasci lì, racimoli tutta l’acqua che puoi, fai il pieno di gasolio ai due i serbatoi e poi parti. Aggrediamo 70 chilometri sulla sabbia, ci piantiamo, riusciamo ad uscirne, ci impieghiamo tre ore, arriviamo all’ingresso del parco del Kgalagadi e ci sentiamo dire che ormai sono le tredici, che per oltre 200 chilometri non c’è nulla e la strada è peggio di quella che abbiamo appena fatto, pensavamo che peggio di così non esistesse nulla, per il nostro bene ci vietano di andare oltre. Allora torniamo sui nostri passi, alle 15.30 siamo esattamente dove eravamo alla mattina, a Tshabong, ripassiamo davanti all’albergo, attraversiamo di nuovo la frontiera, dopo aver tagliato il sud del Botswana, da est a ovest, e rientriamo in Sudafrica. Sta scendendo il sole quando, disperati ancor più del giorno prima, ci buttiamo dentro a una fattoria, e ancora una volta si ripete il miracolo, veniamo adottati da una coppia di anziani Afrikaneer che non si capacitano di come abbiamo fatto ad arrivare lì per caso, ci danno da mangiare, dormire e accendono per noi un fuoco ristoratore.
La mattina seguente partiamo all’alba, stiamo in macchina quasi 12 ore consecutive e siamo a Grootkolk, proprio da dove siamo ripartiti questa mattina.
Quindi oggi siamo con il morale alto, perché abbiamo recuperato il tempo perduto, perché finalmente arriveremo alla meta con il sole ancora alto e ci potremo riposare guardando il panorama, perché nel baule abbiamo un po’ di carne di kudu da fare ai ferri e una buona bottiglia di Shiraz da sorseggiare al tramonto.
Sono le 15.45, mancano 10 chilometri al campo, Francesca ci chiede di accostare un attimo, ha un bisogno urgente.
“Tra mezz’ora siamo arrivati, qui ci sono i leoni”. Le dico.
Ma non ce la fa proprio a resistere. Nel mentre ci superano tre jeep, una rarità vedere tre auto tutte assieme, da queste parti. Ripartiamo.
“Che strano odore”. Dico a Cristian, che sta al volante.
Se c’è odore di plastica bruciata in mezzo al deserto, non ci sono dubbi, la causa puoi essere soltanto tu.
Facciamo sì e no altri 50 metri, dal cofano comincia a uscire fumo.
La macchina si spegne. Il Kalahari è abitato da un discreto numero di leoni, nonché leopardi, ghepardi e iene, oltre ad animali pacifici. Non bisognerebbe mai uscire dall’auto al di fuori dei campi, tuttavia non abbiamo troppe alternative, almeno uno sguardo al motore va dato, magari basta aggiungere un po’ d’acqua in qualche buco. Le ragazze fanno il palo, noi apriamo il cofano, sembra un film, i cavi della batteria si stanno sciogliendo davanti ai nostri occhi, partono scintille, guardiamo il motore come si guarda un alieno, un qualcosa di mai visto prima, chiudiamo il cofano e decidiamo di aspettare qualche minuto, facciamo raffreddare la situazione prima di metterci le mani. Imprechiamo alla malasorte.
Ore 16.15
Sui cellulari non compare una tacca, ci mancherebbe, il telefono satellitare non riesce nemmeno ad indicarci la strada. Pensiamo a come fare quando passerà qualcuno, lasceremo la macchina lì, ci faremo portare al campo e domani proveremo di tornare un meccanico. Questo è il nostro piano.
Ore 16.30
Non è passato ancora nessuno, ma questo ci può stare, non è che ci sia un gran traffico da quelle parti.
Torniamo a visionare il motore, scintilla ancora, abbiamo due batterie, tentiamo di staccare i cavi da una e metterli nell’altra, tra gli scoppi, il caldo, il pensiero remoto che ti possa saltare un leone nella groppa, tutto ciò che facciamo sembra già portare cattivi presagi. La macchina non dà segnali di vita.
Ore 17.00
Le imprecazioni si sprecano, ma ci si ride anche su, ogni tanto pensiamo al motore, ma ormai abbiamo abbandonato l’idea di aggiustarlo, dobbiamo soltanto aspettare la prima macchina. Siamo certi che qualcuno passerà.
Ore 17.30
Qualcuno è passato, per la verità, uno gnu solitario, animale simile ad una vacca magra e scura, un tantino striata sui fianchi, cercava una pozza in cui bere e un po’ di erba fresca da mettersi in pancia.
Ore 18.00
Non è passato nessuno. Quaggiù è inverno, tra mezz’ora farà buio, a quel punto le speranze che qualcuno si faccia un giro da queste parti saranno veramente poche. Per fortuna è ancora caldo.
Ore 19
Non è passato nessuno. È buio, indossiamo felpe e camice, la temperatura comincia a scendere.
Ore 19.30
“Sanno che siamo entrati nel parco nazionale – dice Giorgia -, e sanno che stasera dovevamo raggiungere quel campo, per cui non ci vuole molto a capire che siamo bloccati da qualche parte”.
“Questo parco è grande come il nord Italia”. Dice Francesca.
“È impossibile che nessuno ci venga a cercare, - dico - mi sembra assurdo”.
Ore 20.30
“Non arrivano più”. Si dispera Giorgia.
“Io ci credo ancora”. E ci credo veramente, a volte, là in fondo alla strada, mi sembra di vedere due fanali. Nel mentre, la luna sale.
Ore 21
Mangiamo qualche cracker e un paio di biscotti, è ancora presto per addentare le bistecche crude di kudu.
Ore 22
A due alla volta andiamo in bagno, abbiamo deciso che il bagno è attaccato alla jeep, si fa tutto con la mano ben stretta sulla portiera, pronti a saltare in auto, è buio pesto, non vedi cosa ti può arrivare addosso. Abbiamo le torce elettriche, centelliniamo le pile.
Siamo chiusi in auto da 6 ore e mezza, abbiamo la prima crisi di riso isterico, ridiamo per nulla, fin quasi a piangere, poi, all’improvviso, cadiamo in silenzio e imprechiamo al nulla.
Ore 23.30
Passano tre gazzelle.
Ore 00.30
È freddo, abbiamo indossato i giubbotti, non riusciamo a dormire, la vecchia carovana è scomoda, entrano spifferi dappertutto. A volte ridiamo, a volte facciamo riflessioni macabre o assurde, come quando pensiamo di incamminarci a piedi, e vada come vada.
“Dieci chilometri è come andare a Castello”. Dice Francesca.
Ore 01.30
Cristian propone di aprire la bottiglia di vino e le sei birre in lattina, così da stordirci e far passare meglio le ore. Sembra un’idea geniale, ma il bere comporta l’evacuare, e meno si va in bagno meglio è.
Ore 02.30
Tutto attorno c’è un silenzio surreale, nessuno parla, anche se sappiamo benissimo che nessuno di noi ha preso sonno. Ormai saremo prossimi ai zero gradi, sono gli scherzi del deserto, da 30 a 0 gradi in 24 ore, apriamo le valigie e tiriamo fuori il possibile, cappelli, sciarpe, ci bardiamo con quello che troviamo, la carrozzeria e i finestrini sono gelati.
Ore 03.30
Passano due springbook e un altro gnu, o forse è sempre quello.
Ore 04.00
Altro giro in bagno.
Ore 04.30
“Se resistevi e non facevi pipì, quelle tre jeep ci avrebbero salvato” Dico a Francesca. La psiche sta cedendo, cominciamo ad accusarci a vicenda. Cristian confessa che in verità quell’estate voleva andare a Fregene, e io l’ho costretto a fare quella pazzia.
Ore 05.30
Penso, tra me e me, che l’Africa, affrontata in jeep da quattro medicinesi senza troppe esperienze, sia un ostacolo insormontabile, nel delirio rimpiango quei villaggi turistici che ho sempre evitato, vorrei fare un trenino con un animatore, gradirei un piatto di maccheroni al ragù, mi mancano le alghe dell’adriatico, il casino delle nostre piste da sci.
Ore 06.30
Siamo rinchiusi in auto da 14 ore, il sole sta tornando fuori. È ancora un freddo cane, ma la luce è speranza, sappiamo che prima o poi finirà.
Ore 07.00
Siamo convinti che si tratti di minuti, soltanto pochi minuti.
Ore 07.30
Passano uno gnu, sempre lui, e venti gazzelle.
Ore 08.00
Ancora nulla, mangiamo qualche biscotto, ci togliamo i primi stracci di dosso.
Ore 09.00
Ancora nulla. Sappiamo che finirà, ma sembra veramente assurdo questo perdurare della nostra agonia.
Ore 09.30
Ancora nulla. Ci togliamo altri vestiti, siamo stremati, sporchi, affamati, non ne possiamo più.
Ore 10.00
Sono 18 ore che siamo rinchiusi nell’abitacolo. All’orizzonte compare la sagoma di una macchina.
Per dovere di cronaca vi dico che siamo stati trainati da quella stessa jeep che ci ha soccorso e, a un chilometro di distanza, abbiamo visto due leoni che si crogiolavano al sole. Poi un paio di improbabili meccanici hanno sostituito i cavi della batteria, fusi perché il comando del verricello aveva fatto massa, e ci hanno dato il via libera. Ma non è finita qui, in verità le due batterie erano defunte, e non si sarebbe mai più ricaricate. Per i due giorni successivi, fino a raggiungere il primo paese degno di aver un meccanico, abbiamo viaggiato con la macchina che, se spenta, non ripartiva più. Abbiamo passato la frontiera con la Namibia lasciando il motore acceso, con poliziotti e militari che ci chiedevano spiegazioni, ci fermavamo a far spesa e lei sempre lì a rombare, e se per caso la dovevamo proprio spegnere, allora bastava fare un giro nel villaggio e convocare 4 o 5 ragazzi, quindi tutti a spingere e via, si ripartiva.
Dopodiché, con un po’ più di fortuna, una quindicina di giorni abbiamo raggiunto il Capo.
