Mi vesto rapidamente, inforco le scarpe e passo a prendere francesca. Entriamo nell’esposizione di pavimenti e cominciano a vagare come zombie tra piastrelle appese al muro, piastrelle distribuite per terra, piastrelle sistemate in obliquo e incollate su cartoni. Comincio ad avvertire male al collo. Ci sono piastrelle brutte che andrebbero bene nei cessi di una stazione, ci sono piastrelle anonime che sembrano nate apposta per finire in tristi palazzi di periferia, ci sono piastrelle che le guardi e le immagini già posizionate nei casali di campagna, ma quali sono le piastrelle per casa mia? È quello che mi chiedo.Il 9 dicembre il libro “Bar Sport” di Stefano Benni compie trent'anni. Un gruppo di appassionati ha lanciato il Luisona day, in diversi bar sparsi in tutto il mondo si stanno organizzando letture pubbliche.
Anche Medicina, il mio paese aspirante città, non poteva essere da meno e così, domenica 10 dicembre, quando scenderà la sera, anch’io salirò sul palco del Camaraza café a leggere un brano del “Bar Sport”
La Luisona. Da “Bar sport” di Stefano Benni.
Al bar Sport non si mangia quasi mai. C’è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d’artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. Entrando dicono: “La meringa è un po’ sciupata, oggi. Sarà il caldo”. Oppure: “E’ ora di dar la polvere al krapfen”. Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella in duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva.
Subito nel bar si sparse la voce: “Hanno mangiato la Luisona!”. La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. Nessuno lo toccò, perchè il suo gesto malvagio conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni. Infatti fu trovato appena un’ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata.
La particolarità di queste paste è infatti la non facile digeribilità. Quando la pasta viene ingerita, per prima cosa la granella buca l’esofago. Poi, quando la pasta arriva al fegato, questo la analizza e rinuncia, spostandosi di un colpo a sinistra e lasciandola passare. La pasta, ancora intera, percorre l’intestino e cade a terra intatta dopo pochi secondi. Se il barista non ha visto niente, potete anche rimetterla nella bacheca e andarvene. »
Io sì, da circa un mese, e al momento non ne trovo i benefici.Vi posto un racconto che avevo mandato ad un concorso (che solitamente non faccio mai), vi chiederete che cazzo di racconto sia... il tema era il sale, per cui ho cercato di non essere troppo banale.
Buon autunno a tutti, visto che arrivato:
Lo schiaffo di mio padre mi raggiunse all’improvviso, un colpo secco, partito da una mano che ricordo ancora oggi come maledettamente ossuta, un manrovescio reso più doloroso dalla fede che portava inspiegabilmente all’anulare destro. Rimasi per qualche istante in preda allo smarrimento, il male non si era ancora fatto sentire, proprio non sapevo come reagire, poi la guancia improvvisamente sembrò prender fuoco e giustificò la mia esplosione in un pianto fragoroso. Un urlo a squarciagola con gli occhi chiusi, cui seguirono tre respiri affannosi, come un motore ingolfato, con la sagoma di mio padre che si allontanava oltre la soglia della camera. Lanciai ancora un urlo disperato, mentre appoggiavo la mano sulla guancia, che sembrava trafitta da decine di aghi, in quel momento vedevo tutto offuscato, avevo gli occhi immersi in un mare di lacrime, le trattenei a stento finché non strariparono sul mio volto, inondando le mie guance. Alcune andarono a bagnare la mia mano, altre scivolarono rapidamente sulla pelle imberbe per finire direttamente nella mia bocca spalancata, ancora intenta a gridare per il dolore.
Il sapore delle lacrime in bocca fu un’illuminazione.
Una sensazione intensa, mai provata prima, un gusto così salato, talmente forte e unico da bloccarmi le urla in gola, da distogliere l’attenzione dal male, da lasciare per qualche istante il vuoto nel mio cervello, smarrito davanti alla novità. Un sapore che svaniva in un istante. La mia lingua, allora, cominciò a pulire il viso come un tergiscristallo sul vetro dell’automobile, si spingeva fin dove poteva, sforzandosi per arrivare sempre più lontano, fino quasi a toccare il naso, cercando un altro po’ di lacrime da gustare come un bene prezioso. In seguito quel sapore divenne una ricompensa ai tanti schiaffi che ancora raggiunsero il mio volto.
Avevo festeggiato da poco i sette anni, pedalavo come un forsennato lungo una cavedagna che costeggiava un piccolo canale, povero d’acqua ma folto di erbacce, mentre una vigna mal curata mi proteggeva il lato sinistro. Con tutto il fiato che avevo e con la poca forza delle mie esili gambe spingevo sui pedali di una vecchia bicicletta da cross, ereditata da mio cugino, con una lunga sella che seminava brandelli di gomma piuma e diversi strati di vernice viola che nascondevano a fatica ampie chiazze di ruggine. Il sole di giugno picchiava forte, il cielo era tutto per lui, mamma aveva ficcato sulla mia testa un cappellino a visiera, elencandone a memoria tutte le virtù: così non ti viene un’insolazione, poi ti raccoglie il sudore e non ti va il sole direttamente negli occhi, che non fa bene.
Nonostante fossi magro al tal punto che le ossa sembravano voler evadere dal corpo, dalla mia tempia si staccò improvvisamente una piccola goccia di sudore. Non c’erano basette né barba ad ostacolarla, percorse senza intoppi la guancia, rossa per la fatica e per il caldo, e quando le ruote della bicicletta incontrarono l’ennesima buca disseminata in quel terreno reso arido dalla torrida estate, la goccia trovò lo slancio necessario a raggiungere le labbra, ormai seccate dal sole e dalla polvere. Ancora una volta accadde tutto in un istante, lasciai sciogliere sulla punta della lingua quella piccola goccia, per ritrovare di nuovo la stessa sensazione, quel denso sapore salato, diverso dalle lacrime, che ormai gustavo sempre più raramente, eppure anch’esso cosi violentemente sapido, ancor più schietto e robusto nel suo aggredire i sensi. Immediatamente smisi di pestare sui pedali, lasciai che le ruote sfruttassero la spinta che avevano accumulato, chiusi gli occhi e mi lasciai riempire da quella sensazione, facendomi rapire dai miei pochi ricordi, per poi riattaccare a pedalare con rinnovata foga, per potermi così gustarmi altre gocce, succo salato del mio piccolo corpo affaticato.
Adesso di anni ne ho più di settanta. I motivi validi per piangere li ho esauriti da tempo. Trascorro i giorni ammirando il mare, nascondendomi nell’ombra del portico di casa, d’estate in Puglia il sole si fa sentire forte, potrei sfruttarlo meglio, magari lavorando sodo, a tagliar legna oppure a zappare la terra nell’orto, così da sciogliermi in bocca quel poco grasso che ho accumulato negli anni. Ma non mi va più di faticare.
Eppure quel sapore intenso non l’ho mai dimenticato.
Ogni sera, poco prima del tramonto, assieme a mia moglie scendo tra gli olivi della valle e raggiungo la piccola spiaggia bianca che orla la baia di San Isidro, lentamente mi immergo nell’acqua fino alle spalle, per poi nuotare fino ad uno scoglio distante una cinquantina di metri da riva, lì mi siedo e, scaldato dal poco sole che resta, appoggio le labbra sulla schiena di mia moglie, trovando nel grande mare quel sapore indimenticabile che ha accompagnato i momenti più intensi della mia vita.
Esce in questi giorni il film "La leggenda di Tony Vilar", vi posto la trama e poi vi spiego meglio la sua storia in due righe: